Che Tipo Di Vino…

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Tutte le informazioni necessarie per conoscere il vino. Eventi, degustazioni, notizie, acquisti, offerte speciali e tanto altro ancora. Naviga tra le pagine di Che Tipo di Vino e troverai tutto quello che cerchi per soddisfare la tua "sete" enogastronomica. Troverai che tipo di vino abbinare, che tipo di vino regalare, che tipo di vino comprare, che tipo di vino degustare, etc.

I TRENTATRE TRENTINER

Fonte: Notizie.it

Qualche giorno fa, nella magica atmosfera dei giardini del ristorante “Scrigno del Duomo” di Trento, hanno debuttato i “Trentiner”. Si tratta di un vino prodotto con uve storiche del trentino: moscato giallo (50%), nosiola (40%) e un terzo vitigno (10%) a scelta del produttore (per esempio Vanderbara, Lagarino bianco, Veltliner rosso). Il suo nome doveva essere “Trentiner”, ma le rigide norme sull’etichettatura non lo hanno permesso.

Questo vino è un’espressione di tutto il Trentino e anche delle diverse realtà che vi operano: aziende agricole, artigiani del vino, vinificatori e cantine sociali.

Le particolari e differenziate condizioni climatiche del Trentino(basti pensare al lago di Garda col suo clima mediterraneo, e alla Val di Cembra, con un clima più continentale, oppure alla latitudine, ai vari livelli altimetrici, alle molteplici componenti geologiche dei terreni), ma anche le tradizioni, rimarcano nei vini trentini le sfumature aromatiche, la finezza e l’eleganza.

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Green coffee extract

I TRENTATRE TRENTINER

Fonte: Notizie.it

Qualche giorno fa, nella magica atmosfera dei giardini del ristorante “Scrigno del Duomo” di Trento, hanno debuttato i “Trentiner”. Si tratta di un vino prodotto con uve storiche del trentino: moscato giallo (50%), nosiola (40%) e un terzo vitigno (10%) a scelta del produttore (per esempio Vanderbara, Lagarino bianco, Veltliner rosso). Il suo nome doveva essere “Trentiner”, ma le rigide norme sull’etichettatura non lo hanno permesso.

Questo vino è un’espressione di tutto il Trentino e anche delle diverse realtà che vi operano: aziende agricole, artigiani del vino, vinificatori e cantine sociali.

Le particolari e differenziate condizioni climatiche del Trentino(basti pensare al lago di Garda col suo clima mediterraneo, e alla Val di Cembra, con un clima più continentale, oppure alla latitudine, ai vari livelli altimetrici, alle molteplici componenti geologiche dei terreni), ma anche le tradizioni, rimarcano nei vini trentini le sfumature aromatiche, la finezza e l’eleganza.

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http://raspberryketonesdosage.com

Ne scrivo, o non ne scrivo

Fonte: IntraVino

Oggi non scriveremo nulla, qui. Sembra una giornata come tante, cominciata come tante. Ale è ad Alba che assaggia nebbioli, assieme ad altri del team, c’è Fabio, Francesca. Giovanni credo sia tornato a casa, ora. Con Antonio abbiamo fatto la solita riunione molto poco formale via Skype, sul presto. C’è la nuova veste grafica di Dissapore, la stiamo testando per trovare bug e imperfezioni, insomma solita vita digitale. Avremmo cose da dire, chiacchiere sul vino come sempre. E invece, arrivati a quest’ora, non diremo nulla.

Questa mattina è successo quello che sapete, e mentre facevamo le cose solite leggevamo le notizie che via via arrivavano, e ogni volta ci sentivamo un po’ peggio. Quando la realtà mostra la faccia peggiore (ed ultimamente la realtà non è mica tanto guardabile, tra l’altro) ci chiediamo se ha senso dedicarci alle nostre faccende come niente fosse. Oppure ci si domanda se interrompere un attimo il flusso delle trasmissioni non sia anche peggio, perché noi (per esempio) ci occupiamo di vino ed altre gradevolezze, e non di bombe. Forse che parlarne, qui, appare fuori luogo?

Quando non ho, come ora, risposte chiare, scelgo di fare quello che sento – come vedete, ho scelto di parlarne. Ho scelto di dirvi che qui non stiamo bene, oggi, e preferiamo che la giornata passi così, senza scrivere di vino. Ma anche senza girarci dall’altra parte. Non so bene spiegare perché, ma immaginavo che questo era in qualche modo dovuto, a te che anche oggi passi di qui: volevo dirti che ci sentiamo tutti nello stesso modo.

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profollica.com

Inghilterra Vs. Argentina | Nello spot della birra Carlsberg, Maradona è soltanto uno sguattero

Fonte: IntraVino

“Per competere sul suolo inglese, ci stiamo allenando sul suolo argentino”. Letto così il claim dello spot lanciato dal comitato olimpico sudamericano (dopo il salto di pagina) fa la sua porca figura ma c’è un piccolo problema: le isole Falkland, scenario degli allenamenti del giocatore di hockey Fernando Zylberberg, non sono “suolo argentino” ma una minuscola colonia britannica dispersa nell’Oceano Atlantico. L’Argentina ne rivendica da sempre la proprietà ma neanche la tremenda guerra del 1982 ha risolto la querelle, e i rapporti tra i due paesi restano tutt’ora tesissimi. Inutili anche le proteste del comitato inglese: il presidente sudamericano Christina Kirchner ha dato la sua benedizione allo spot senza pensarci un attimo.

Nella guerra a colpi di spot si è inserita da ieri, non sappiamo quanto consapevolmente, la birra Carlsberg con un viral dedicato alla nazionale di calcio inglese, in vista dei prossimi campionati europei che si giocheranno in Polonia. Nel video si vedono alcuni ragazzi che fanno visita a un’immaginaria “Accademia dei tifosi”, una sorta di università che prepara al tifo più sfrenato. I professori sono vecchie glorie del calcio inglese ma, dopo circa un minuto, c’è uno strano riferimento al passato. Mentre il rettore guida i ragazzi tra le aule, si intravede di spalle una sagoma che ricorda Diego Armando Maradona, intento a spazzare i pavimenti dell’accademia. Giusto per non lasciare spazio ai dubbi, lo “sguattero” indossa la maglia della nazionale argentina.

Vogliamo leggerci una vendetta servita fredda per il gol di mano che eliminò la nazionale inglese dai mondiali di calcio? A sentire le proteste del popolo argentino — cui l’umiliazione inflitta all’eroe nazionale proprio non è andata giù — sembra proprio così, anche se la Carlsberg smentisce e sopisce. Nota curiosa per i tifosi italiani: dopo 4 secondi, si intravedono due persone che “traslocano” dall’accademia un grande quadro (dopo il video). Raffigura Fabio Capello e anche noi italiani siamo sistemati.

Il trasloco del ritratto di Fabio Capello

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raspberry ketone

Tutti assaggiatori | Come riconoscere i profumi in un vino, e dargli anche un nome. Le puzze, alla fine

Fonte: IntraVino

Finché si parla di profumi, nel vino, è puro divertimento. Trovare frutta, fiori, cioccolata e foglia di tabacco, in fondo, non è male. Ma quando ci tocca riconoscere le terribili puzze, inizia la sofferenza. Anche se la cronaca proprio in questi giorni racconta che nemmeno i cattivi odori sono quella brutta cosa che potremmo pensare.

Prendi ad esempio l’androstadienone, un derivato del testosterone presente nel sudore maschile: “Secondo uno studio, pubblicato sulla rivista americana ‘Public Library of Science’, basterebbe far annusare l’androstadienone per mettere una donna in competizione con le sue simili”. Insomma, perfino certi afrori hanno qualche genere di utilità, se scatenano l’eros. Ma nel vino ogni anomalia olfattiva descrivibile come “puzza” identifica, fondamentalmente, un difetto.

E’ il caso di rilevare che certe sensazioni olfattive caratterizzanti, al pari del colore opalescente, appaiono più ammissibili dopo la rinascenza dei vini naturali. Il confine tra caratterizzazione e difetto, io credo, sembra lasciato al giudizio soggettivo: alcuni assaggiatori piazzano l’asticella della tolleranza in maniera differente rispetto ad altri, e questo, lo indovinate, è fonte di infinitissime discussioni.

Senza entrare in quelle, che (tra l’altro) sono due volte difficili da definire quando non si ha il vino nel bicchiere e quindi si deve elucubrare e basta, descriverò alcune voci più chiaramente riferibili alla famiglia delle puzze, che finiscono per rendere il vino difettoso.

Il tappo
Il maledetto tappo, croce di ogni enofilo con una cantina seria, è un killer spietato. Un microrganismo presente nel sughero è responsabile della cessione della puzza omonima ai vini, senza distinzione di casta: può affliggere in modo randomizzato vinelli da quattro soldi e vinoni da leasing. Lo odiamo tutti. Per questo abbiamo imparato ad amare le chiusure alternative (tappo a vite, corona metallica, silicone): almeno con quelle sei certo che ti salvi. La sensazione è esattamente quella del sughero, che si avverte in modo netto e ineluttabile, e tra gli enoevoluti si descrive col termine TCA (tricloroanisolo) per identificare la molecola responsabile del fastidio. Ovviamente definire il vino che sa di tappo “affetto da TCA” è enormemente più figo. Notizie approfondite qui.

Aceto and friends
Dài, questa è facile. A parte il vino divenuto condimento per insalata (se vi piace), certe pungenze che richiamano sentori acetici si sentono in vinificazioni dove l’interpretazione dello stile vin-naturista ha calcato la mano. Oppure dove le cose sono andate definitivamente male, e il contatto con l’aria ha fatto il danno. Quella nota si definisce “volatile”, e oltre una certa soglia, è abbastanza insopportabile.

Ridotto
Se il vino appena aperto manifesta un odore fastidioso di chiuso, e riconoscete pure sensazioni sulfuree, tipo uova marce, acido solfidrico e fogna (fatevi coraggio) siete di fronte ad un vino ridotto. Il problema affligge volentieri vini invecchiati male, perché l’ambiente della bottiglia chiusa non è confortevole: appena aperti, certi vini non sono immediatamente smaglianti (un po’ come voi appena svegliati, per intenderci). Queste note riduttive possono andarsene con l’ossigenazione, meglio in un calice molto ampio che nel coreografico decanter. Se nemmeno dopo mezz’ora di ossigenazione queste puzze svaniscono, magari per lasciar posto alle sensazioni della maturità, abbiamo un difetto definitivo.

Zolfo
Il diavolo non c’entra: quella nota da sfregamento di fiammifero che avvertite, magari decisa, spesso è dovuta alla solfitazione post pre imbottigliamento, una pratica antisettica. Di solito svanisce a pochi secondi (o minuti, se ci sono andati pesante) dall’apertura. Sicuramente non è un bel sentire, ma c’è di peggio. Per esempio:

Merde de poule
Sì, è quello che pensate. Il francesismo non basta a nascondere la dura realtà: se ravvisate note che evocano inevitabilmente funzioni fisiologiche, siete alle prese con una puzza tra le più ostinate e deprimenti, e comunque meglio il francesismo del termine tecnico: mercaptani. Le cause sono molteplici, una facile da rinvenire è la rifermentazione in bottiglia, che oltre a lasciare il vino appena frizzante (e questo vi piace, vi conosco) deposita sul fondo i cadaveri catalizzatori del fenomeno, cioè saccaromiceti esausti (è stata una faticaccia) e i prodotti del loro metabolismo – i cadaveri non lasciano un buon odore, sapete. Alcuni affermano che in certi vini la merde de poule sia una puzza nobile. Io trovo difficile associare la puzza con la nobiltà, ma diciamo che è un problema mio. Si vede che a qualcuno fa lo stesso effetto dell’androstadienone.

[Quarta ed ultima parte. Qui la prima parte - Qui la seconda parte - Qui la terza parte. Immagine: link. Questo PDF per un ulteriore approfondimento]

Follow this link: Tutti assaggiatori | Come riconoscere i profumi in un vino, e dargli anche un nome. Le puzze, alla fine

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Tutti assaggiatori | Come riconoscere i profumi in un vino, e dargli anche un nome. Le puzze, alla fine

Fonte: IntraVino

Finché si parla di profumi, nel vino, è puro divertimento. Trovare frutta, fiori, cioccolata e foglia di tabacco, in fondo, non è male. Ma quando ci tocca riconoscere le terribili puzze, inizia la sofferenza. Anche se la cronaca proprio in questi giorni racconta che nemmeno i cattivi odori sono quella brutta cosa che potremmo pensare.

Prendi ad esempio l’androstadienone, un derivato del testosterone presente nel sudore maschile: “Secondo uno studio, pubblicato sulla rivista americana ‘Public Library of Science’, basterebbe far annusare l’androstadienone per mettere una donna in competizione con le sue simili”. Insomma, perfino certi afrori hanno qualche genere di utilità, se scatenano l’eros. Ma nel vino ogni anomalia olfattiva descrivibile come “puzza” identifica, fondamentalmente, un difetto.

E’ il caso di rilevare che certe sensazioni olfattive caratterizzanti, al pari del colore opalescente, appaiono più ammissibili dopo la rinascenza dei vini naturali. Il confine tra caratterizzazione e difetto, io credo, sembra lasciato al giudizio soggettivo: alcuni assaggiatori piazzano l’asticella della tolleranza in maniera differente rispetto ad altri, e questo, lo indovinate, è fonte di infinitissime discussioni.

Senza entrare in quelle, che (tra l’altro) sono due volte difficili da definire quando non si ha il vino nel bicchiere e quindi si deve elucubrare e basta, descriverò alcune voci più chiaramente riferibili alla famiglia delle puzze, che finiscono per rendere il vino difettoso.

Il tappo
Il maledetto tappo, croce di ogni enofilo con una cantina seria, è un killer spietato. Un microrganismo presente nel sughero è responsabile della cessione della puzza omonima ai vini, senza distinzione di casta: può affliggere in modo randomizzato vinelli da quattro soldi e vinoni da leasing. Lo odiamo tutti. Per questo abbiamo imparato ad amare le chiusure alternative (tappo a vite, corona metallica, silicone): almeno con quelle sei certo che ti salvi. La sensazione è esattamente quella del sughero, che si avverte in modo netto e ineluttabile, e tra gli enoevoluti si descrive col termine TCA (tricloroanisolo) per identificare la molecola responsabile del fastidio. Ovviamente definire il vino che sa di tappo “affetto da TCA” è enormemente più figo. Notizie approfondite qui.

Aceto and friends
Dài, questa è facile. A parte il vino divenuto condimento per insalata (se vi piace), certe pungenze che richiamano sentori acetici si sentono in vinificazioni dove l’interpretazione dello stile vin-naturista ha calcato la mano. Oppure dove le cose sono andate definitivamente male, e il contatto con l’aria ha fatto il danno. Quella nota si definisce “volatile”, e oltre una certa soglia, è abbastanza insopportabile.

Ridotto
Se il vino appena aperto manifesta un odore fastidioso di chiuso, e riconoscete pure sensazioni sulfuree, tipo uova marce, acido solfidrico e fogna (fatevi coraggio) siete di fronte ad un vino ridotto. Il problema affligge volentieri vini invecchiati male, perché l’ambiente della bottiglia chiusa non è confortevole: appena aperti, certi vini non sono immediatamente smaglianti (un po’ come voi appena svegliati, per intenderci). Queste note riduttive possono andarsene con l’ossigenazione, meglio in un calice molto ampio che nel coreografico decanter. Se nemmeno dopo mezz’ora di ossigenazione queste puzze svaniscono, magari per lasciar posto alle sensazioni della maturità, abbiamo un difetto definitivo.

Zolfo
Il diavolo non c’entra: quella nota da sfregamento di fiammifero che avvertite, magari decisa, spesso è dovuta alla solfitazione post pre imbottigliamento, una pratica antisettica. Di solito svanisce a pochi secondi (o minuti, se ci sono andati pesante) dall’apertura. Sicuramente non è un bel sentire, ma c’è di peggio. Per esempio:

Merde de poule
Sì, è quello che pensate. Il francesismo non basta a nascondere la dura realtà: se ravvisate note che evocano inevitabilmente funzioni fisiologiche, siete alle prese con una puzza tra le più ostinate e deprimenti, e comunque meglio il francesismo del termine tecnico: mercaptani. Le cause sono molteplici, una facile da rinvenire è la rifermentazione in bottiglia, che oltre a lasciare il vino appena frizzante (e questo vi piace, vi conosco) deposita sul fondo i cadaveri catalizzatori del fenomeno, cioè saccaromiceti esausti (è stata una faticaccia) e i prodotti del loro metabolismo – i cadaveri non lasciano un buon odore, sapete. Alcuni affermano che in certi vini la merde de poule sia una puzza nobile. Io trovo difficile associare la puzza con la nobiltà, ma diciamo che è un problema mio. Si vede che a qualcuno fa lo stesso effetto dell’androstadienone.

[Quarta ed ultima parte. Qui la prima parte - Qui la seconda parte - Qui la terza parte. Immagine: link. Questo PDF per un ulteriore approfondimento]

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